
Si è aperta al pubblico la Biennale Arte 2024, visitabile fino al 24 novembre 2024. Noi di The PhotoPhore l’abbiamo vistata per voi durante la preview.
Stranieri Ovunque: la nostra incursione alla Biennale Arte 2024
La 60ª Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia, curata da Adriano Pedrosa, non è solo una rassegna espositiva, ma un vero e proprio manifesto programmatico. Pedrosa, primo curatore proveniente dal Sud del mondo a guidare la Biennale, già noto per la sua direzione innovativa presso il museo MASP di San Paolo, ha portato in Laguna la sua prospettiva decoloniale e inclusiva.
Intitolata Stranieri Ovunque – Foreigners Everywhere, la mostra trascende la semplice cronaca politica e geografica delle migrazioni, e diviene indagine ontologica sull’identità, sul sentirsi straniero nel proprio corpo o nei confronti dei canoni che costituiscono una data società e cultura. Le nostre aspettative, così come l’ammirazione per Pedrosa, erano molto alte e sono state ben ricompensate: la sfida di Pedrosa – integrare la visione del “Global South” nel cuore delle istituzioni artistiche occidentali – si traduce in un percorso espositivo che scardina sistematicamente i canoni della storiografia classica.
Come principio guida, la Biennale Arte 2024 ha privilegiato artisti che non hanno mai partecipato all’Esposizione Internazionale (nelle mostre centrali ai Giardini e all’Arsenale curate dai precedenti curatori).
Giardini: tra mitologie indigene e nuovi modernismi
L’ingresso ai Giardini è segnato dall’impatto cromatico del Padiglione Centrale, la cui facciata è stata interamente reinterpretata dal monumentale murale del collettivo brasiliano MAHKU (Movimento dos Artisti Huni Kuin). L’opera, intitolata Kapewë Pukeni (2024), narra il mito del passaggio tra i continenti (quello asiatico e quello americano attraverso lo stretto di Bering) sul dorso del ponte-alligatore. Attraversarne la soglia, significa superare l’egemonia estetica occidentale in favore di una cosmogonia indigena.
All’interno della mostra internazionale, siamo stati colpiti da due figure cardine nel dialogo tra “outsider” e contemporaneità:
- Madge Gill: L’artista britannica, esponente storica dell’Art Brut, approda in Biennale (per la prima volta) con le sue opere grafiche visionarie. Disegni come Crucifixion of the Soul (1936) testimoniano una produzione prolifica realizzata in stato di trance, guidata dallo spirito “Myrninerest”. La densità dei suoi tratti a inchiostro crea una trama spirituale che sfida la percezione del visitatore.
- Louis Fratino: Le tele di Fratino rappresentano un’elevazione formale dell’esperienza quotidiana queer. Attraverso un linguaggio pittorico che rimanda al modernismo del XX secolo (da Picasso a Legér), l’artista documenta l’intimità domestica e il desiderio con sensibilità cromatica e delicatezza compositiva, nobilitando la vulnerabilità dei corpi. Anche le sue opere sono esposte per la prima volta alla Biennale Arte.
Tra i Padiglioni Nazionali, la nostra personale selezione si sofferma su tre progetti:
- Germania (Thresholds): Il padiglione, curato da Cagla Ilk, ospita gli artisti Yael Bartana e Ersan Mondtag. Al centro della mostra, una riflessione potente sulla memoria e l’appartenenza che sfida i confini fisici del padiglione stesso (con una parte del programma ospitato sull’Isola della Certosa). L’installazione video e scultorea Light to the Nations di Bartana, racconta del viaggio utopico dell’umanità verso galassie lontane, per fuggire da un pianeta Terra sull’orlo della distruzione ambientale e politica. L’opera di Mondtag, intitolata Monument eines unbekannten Menschen (Monumento a una persona sconosciuta), è un’installazione fatta di polvere e macerie, che custodisce la storia di un lavoratore anonimo (ispirato alla figura del nonno dell’artista, arrivato in Germania dalla Turchia come Gastarbeiter – letteralmente “lavoratori ospiti”, immigrati reclutati dalla Germania Ovest tra il 1955 e il 1973 per colmare la carenza di manodopera durante il boom economico), celebrando la vita di chi è rimasto ai margini della Storia ufficiale.
- Francia (Attila cataracte ta source aux pieds des pitons verts finira dans l’abîme mer totale avec ce que nous avons de récifs en nous): L’artista Julien Creuzet trasforma il padiglione in un ecosistema immersivo. Attraverso sculture tessili che ricordano reti da pesca e detriti oceanici, accompagnate da un soundscape polifonico, Creuzet evoca l’immaginario caraibico e le radici della Martinica, fondendo tecnologia e forme organiche.
- Egitto (Drama 1882): Wael Shawky presenta un’opera video-operistica monumentale che rilegge la rivolta di Urabi contro il dominio coloniale nel 1882. Attraverso una messinscena teatrale meticolosa, Shawky analizza i meccanismi della narrazione storica e del potere, utilizzando la composizione musicale come strumento di critica politica.
Arsenale: la riscoperta del display e il Modernismo diffuso
Parte dell’Arsenale si distingue per una scelta curatoriale di alto profilo architettonico: l’adozione del sistema espositivo progettato da Lina Bo Bardi. Vedere le opere sospese sui celebri cavalletti in vetro e cemento (originariamente creati per il MASP) permette un’esperienza fruitiva leggera, diretta e quasi fisica, in cui il dialogo tra opera e spazio industriale dell’Arsenale non subisce mediazioni murarie. Per noi amanti dell’architettura e del design, questo omaggio di Pedrosa a Bo Bardi vale già da solo la visita alla mostra.
Tra gli artisti selezionati nella mostra centrale dell’Arsenale, per noi di The PhotoPhore emergono:
- Omar Mismar che, con una serie di mosaici, opera una crasi tra la millenaria tradizione artigianale siriana e l’urgenza della tragedia bellica contemporanea. Inserendo elementi dell’estetica queer e pop in un medium storicamente celebrativo, l’artista denuncia l’invisibilità del dolore e la persistenza della bellezza.
- La Chola Poblete, artista argentina che presenta installazioni e acquerelli di grandi dimensioni che esplorano l’eredità coloniale attraverso il punto di vista transfemminista e indigeno. La sua opera è un assemblaggio critico di simbolismo religioso e cultura popolare.
- Salman Toor con le sue tele popolate da figure flessuose, immerse in ambienti notturni saturi di verde smeraldo, che offrono uno spaccato della vita “queer-brown”. La sua pittura cattura momenti di convivialità e vulnerabilità, descrivendo la negoziazione dell’identità nel contesto della diaspora globale.
Una mostra necessaria
L’operazione condotta da Adriano Pedrosa è di grande importanza storiografica. Il merito principale risiede nell’aver dato voce a talenti sistematicamente ignorati dal canone eurocentrico, proponendo un focus illuminante sul Modernismo del Sud Globale. Abbiamo apprezzato molto l’analisi a 360 gradi del concetto di “straniero”: qui non si parla solo di chi attraversa i confini geografici, ma anche dell’artista queer, dell’artista folk e dell’autodidatta, tutti egualmente riconosciuti come protagonisti.
Sotto il profilo critico, si potrebbe rilevare una certa cautela generale. Sebbene l’intento riparatorio verso il passato sia nobile e pienamente riuscito, conoscendo l’approccio radicale e innovativo di Pedrosa, ci saremmo aspettati un pizzico di audacia in più nel guardare al futuro e nel “presagire” quasi movimenti e tematiche di cui non siamo ancora consapevoli.
La 60ª Biennale di Venezia resta un appuntamento imprescindibile: un’edizione necessaria per riequilibrare la geografia dell’arte contemporanea.
Pic. 1: Claire Fontaine, Foreigners Everywhere – Spanish, 2007. Installation view “The Traveling Show,” curated by Adriano Pedrosa, La Colección Jumex, Mexico. PHOTO STUDIO CLAIRE FONTAINE / © STUDIO CLAIRE FONTAINE / COURTESY CLAIRE FONTAINE AND MENNOUR, PARIS
M. C. Denora & D. Fallacara